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Al processo

Infiltrazioni di ‘ndrangheta a Carmagnola, il pentito: “Qui per noi è come stare in Calabria”

Mantella racconta come quella volta a Torino un rivale scampò all'agguato omicida per un casuale controllo dei Carabinieri. Il ruolo dell'ex-deputato Roberto Rosso.

Infiltrazioni di ‘ndrangheta a Carmagnola, il pentito: “Qui per noi è come stare in Calabria”
Cronaca Torino, 23 Aprile 2021 ore 12:03

Carmagnola provincia di Vibo Valentia, almeno per quanto riguarda le infiltrazioni mafiose e della ‘ndrangheta sembrerebbe essere così. Lo dice un accreditato pentito e collaboratore di giustizia, Andrea Mantella, che ha raccontato con dovizia di particolari ai giudici come il paese piemontese fosse una specie di “roccaforte” per il potente clan Bonavita.

Dai soggiorni obbligati a oggi

Complice la scellerata politica dei soggiorni obbligati, che fra gli anni 70 e 80 ha trasferito al Nord i più pericolosi delinquenti siciliani e calabresi, Carmagnola come altri paesi di Piemonte e Lombardia hanno finito per subire l’infiltrazione. Intere famiglie si sono stabilite qui, portandosi dietro un codazzo di manovalanza e parentado più o meno acquisito, più o meno affiatato, che ha poi dato vita a vere e proprie enclavi a sfondo mafioso o ‘ndranghetista.

Adesso questo pentito conferma: a Carmagnola la famiglia Bonavita e i suoi associati (satelliti) erano come a casa loro, in Calabria a Sant’Onofrio. Hanno importato in questa fetta del Piemonte le attività tipiche della delinquenza organizzata del Sud Italia: usura, estorsioni, traffici illeciti e rivalse anche violente nei confronti di rivali.

Il racconto fatto ai giudici

Fa specie un brano del racconto reso in sede di giudizio. Così Mantella:

“Mi sono pentito perché ho capito gli errori che ho fatto. (…) Mandai dei killer a Torino per uccidere Antonino Defina, che dava fastidio ai Bonavita e ai loro parenti della famiglia (omissis, ndr) nell’edilizia e si stava facendo un suo gruppo autonomo. L’omicidio non ebbe luogo perché gli esecutori furono fermati e controllati da una pattuglia dei Carabinieri poco prima. In Calabria uccidemmo però il suo braccio destro, Domenico Di Leo a colpi di kalashnikov sotto casa sua. (…) Defina era intelligente, mi sfuggì parecchie volte. (…) A Carmagnola come in Calabria si facevano le stesse cose. La famiglia (…) e il clan Bonavita sono la stessa cosa: stessa fazione, stessa potenza. E guarda caso in questo paese ci sono tradizioni della Calabria. Compresa l’affruntata, che è una manifestazione religiosa tipicamente calabrese. Siamo a Carmagnola e si fa, siamo a Toronto e si fa”.

L’aula-bunker delle Vallette

Il processo nell’aula-bunker delle Vallette stava riprendendo proprio in questi giorni ma ci sono stati alcuni intoppi. In particolare, uno dei pentiti si è sentito male e non ha presenziato all’udienza per deporre contro i suoi ex-colleghi ‘ndranghetisti. Come sempre in questi casi si sprecano le illazioni: sarà vero che sta male? Avrà avuto ripensamenti? Sarà stato minacciato per non deporre? Tutti quesiti che rimbalzano fra le mura del carcere e le gabbie in aula di Tribunale, ma per i quali è difficile trovare una risposta. In realtà, nella fattispecie, non sarebbe neppure giunta una comunicazione ufficiale in merito. Dopo un doveroso controllo del pubblico ministero Paolo Toso alla segreteria della Dda (Direzione Distrettuale Antimafia, ndr) non è pervenuto nulla. Avrebbe dovuto testimoniare Francesco O., collaboratore di giustizia dal mese di settembre 2020.

Coinvolto l’ex-deputato Rosso

Il processo, fra l’altro, vede coinvolto anche l’ex assessore regionale Roberto Rosso (accusato di voto di scambio e quindi di legami seppur indiretti con la ‘ndrangheta forse anche a Carmagnola). L’avvocato nato in provincia di Alessandria, dopo una carriera politica di tutto rispetto fra Regione Piemonte e Parlamento, è stato arrestato a fine 2019. L’accusa era di aver raggiunto con la ‘ndrangheta un accordo: 15.000 euro in cambio dei voti di affiliati e amici del clan Bonavita. Rosso all’epoca era assessore regionale (si è dimesso) ed è stato espulso dal partito Fratelli d’Italia scatenando un vero e proprio terremoto politico oltre che giudiziario. Desta scalpore quindi questa vicenda delle infiltrazioni di ‘ndrangheta a Carmagnola.