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Anche le foto (rubate e manipolate) dell'ex sindaco di Torino, Chiara Appendino, sulla piattaforma pornografica "Phica.net"

"Questa è violenza, ma ciò che più conta è che questa violenza digitale è solo la punta dell’iceberg"

Anche le foto (rubate e manipolate) dell'ex sindaco di Torino, Chiara Appendino, sulla piattaforma pornografica "Phica.net"
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Foto rubate online, manipolate per essere sessualizzate e poi date in pasto al web dove gli utenti scrivevano commenti volgari in un'escalation senza limite al peggio. Politiche di ogni schieramento, giornaliste, attrici e influencer: dallo scempio non si è salvata nessuna.

Oscurato il sito pornografico, ma resta il disgusto

Le loro voci unite in un unico coro sconvolto da tanta violenza hanno ribadito concetti che si speravano assodati: l'importanza del consenso e il corpo e l'immagine come proprietà privata, il trauma psicologico nello scoprire proprie immagini deturpate e violentate su una piattaforma online sconosciuta ai più fino a pochi giorni fa.

Dato il clamore mediatico e l'orrore suscitato, il sito Phica.net aveva le ore contate e finalmente è stato chiuso, rimane l'amara consapevolezza che per un sito che chiude, ci saranno sempre altre pagine nei meandri (neanche tanto nascosti forse) del web, altre chat Telegram, altri forum dediti al revenge porn.

D'altra parte il caso Phica.net è scoppiato proprio pochi giorni dopo la chiusura del gruppo Mia Moglie dove la prassi era ancora più subdola visto che gli utenti si scambiavano foto rubate alle proprie ignare compagne, fidanzate e mogli.

L'avviso di chiusura del portale

Una merce come un'altra, in una spirale di odio e misoginia dove esiste un'unica legge primitiva del "mi piace: è mio".

Insomma, per qualcuno, tutto e niente è cambiato dai tempi della caverna, ma rispetto allo sforzo di usare una clava, lo schermo rende oggi tutto più facile.

"Tanto sono solo foto", avranno pensato alcuni. "Tanto non mi scopriranno mai, sono anonimo", avranno pensato altri.
Pensieri un po' ingenui, da branco, e invece proprio in queste ore la polizia postale sta lavorando per rintracciare gli indirizzi Ip degli utenti che commentavano dietro nickname e che rischiano diverse accuse: dalla diffamazione aggravata all’istigazione a commettere reati, passando al vilipendio di cariche dello Stato e del governo.

Tra le vittime anche l'ex sindaco di Torino Chiara Appendino

Tra le vittime ignare del sito, infatti come dicevamo, sono molte le politiche tra cui il nostro Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ma anche: Elly Schlein, Maria Elena Boschi, Anna Maria Bernini, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini.

Tra le torinesi a finire in pasto al portale anche l'ex sindaco di Torino, Chiara Appendino che scrive:

Alcune mie foto - come quelle di tante altre donne - sono state pubblicate su un sito pornografico e commentate in modo sessista e degradante innumerevoli volte.
Non è la prima volta che trovo mie immagini in forum del genere, luoghi che riducono le donne a oggetti, che alimentano e rafforzano stereotipi. Luoghi che aprono la strada a schifezze immonde come il gruppo Facebook in cui migliaia di uomini pubblicavano e commentavano foto intime delle loro mogli a loro insaputa.
Questa è violenza, ma ciò che più conta è che questa violenza digitale è solo la punta dell’iceberg. Perché quello che nasce in rete si riversa nella vita reale: nelle relazioni, nelle discriminazioni, nelle porte che si chiudono.
Purtroppo la violenza la conosciamo tutte, in forme diverse: parte dall’essere giudicata per una gonna corta, dal sentirsi fischiare per strada, dal lavorare sodo e ricevere meno dei colleghi uomini e arriva all’essere molestata sugli autobus, al rimanere dipendente economicamente dal proprio marito, al prendersi botte se si alza la testa.
Perchè la violenza ha tante facce, ma la radice è la stessa: una cultura che ancora fatica a riconoscere pari dignità e pari diritti.
È giusto denunciare i singoli casi, e io ho la fortuna di poterlo fare perchè ho un lavoro, un reddito, un’indipendenza che me lo permettono. Ma tante donne non hanno queste possibilità e subiscono in silenzio, senza strumenti né protezione.
Se vogliamo davvero un cambiamento, dobbiamo partire dalle basi educando i nostri figli al rispetto, all’affettività e alla parità.
Oggi, dello sdegno che dura 24 ore non ce ne facciamo più nulla: servono fatti, servono azioni per cambiare la cultura e costruire una società in cui nessuna donna debba più avere paura, subire ingiustizie e sentirsi meno libera.