Mercoledì 15 luglio 2026 l’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale del Piemonte ha presentato un Ordine del giorno per promuovere la diffusione del neologismo Atèfano. Il termine significa letteralmente “colui che è privato del proprio figlio” o, per analogia linguistica, “un orfano di figlio“. L’iniziativa ha preso le mosse dalla Regione Liguria, che ha accolto la proposta formulata dall’associazione “Rachele Franchelli – Uno Sguardo Senza Confini APS”. L’obiettivo è colmare un vuoto linguistico e sociale profondo: se nella lingua italiana esistono vocaboli precisi per chi perde il coniuge o i genitori, mancava una definizione per chi sopravvive alla morte della propria prole.
L’impegno istituzionale delle assemblee regionali
“Abbiamo voluto dare attenzione ad una categoria colpita da uno dei più grandi dolori che si possano immaginare – ha dichiarato il presidente del Consiglio, Davide Nicco – con un atto concreto che riconosce e dà un nome a quel dolore”.
L’iter normativo proseguirà a livello territoriale. “Dopo la Liguria, anche l’Assemblea piemontese voterà nelle prossime sedute un atto di indirizzo per diffondere questo neologismo – ha spiegato il vicepresidente del Consiglio Francesco Graglia, primo firmatario dell’Odg -. Il documento è stato condiviso da tutte le forze politiche, con l’auspicio che sempre più istituzioni facciano propria questa sensibilità. Dare un nome alle persone che hanno vissuto questo evento traumatico significa renderle visibili, con l’obiettivo finale di garantire loro delle tutele”.
Il valore della proposta è stato evidenziato anche dalle opposizioni interne all’Ufficio di presidenza. “Sostenere questa iniziativa – ha sottolineato il vicepresidente Domenico Ravetti – significa fare il nostro dovere, che non è solo quello di essere legislatori, ma anche di affrontare temi che servono a metterci in relazione con il mondo che ci circonda”.
L’origine del termine e la storia di Rachele
La genesi del vocabolo è legata a una specifica vicenda familiare e territoriale ligure. “Atèfano non è soltanto un neologismo – sostiene Angelo Vaccarezza, consigliere segretario ed estensore della mozione approvata dal Consiglio regionale della Liguria -. È un vocabolo che racchiude una storia, quella di Rachele Franchelli, morta nel 2024 a soli 16 anni a causa di un tumore cerebrale, e dei suoi parenti. Al voto dell’Assemblea regionale ligure, ha fatto seguito quello della Provincia di Savona, di numerosi Comuni del Savonese e del comune di Genova”.
Il percorso scientifico per il riconoscimento del nome ha coinvolto esperti della lingua italiana. Per Silvia Ravera e Gastone Franchelli, rispettivamente madre e fratello della sedicenne scomparsa, “questo progetto nasce dalla consapevolezza che nominare il dolore significa riconoscerlo e dargli dignità, aiutando anche la comunità a comprendere, accogliere e supportare chi come noi vive questa tragedia. Nella ricerca linguistica che abbiamo portato avanti sono stati di grande supporto i contributi di docenti universitari e dell’Accademia della Crusca, che potrà valutare l’inserimento ufficiale del termine nel vocabolario della lingua italiana se si diffonderà nell’uso comune. Mai prima d’ora avevamo avuto il sostegno delle istituzioni e di questo siamo estremamente grati. Adesso però chiediamo di non abbandonarci in questo cammino che sappiamo essere ancora lungo”.
Il punto di vista dei familiari trova riscontro nell’esperienza di altri padri e madri colpiti da lutti analoghi. Per Franco Zanet, autore del volume “Noi che non abbiamo nome” e genitore di Alessandro, deceduto nel 2016, “è un’iniziativa importante, che riconosce un’identità al nostro vuoto“.