TORINO E PROVINCIA

Transizione industria torinese in 10 anni: imprese più solide ma ora investimenti su settori in crescita

La redditività è in accelerazione soprattutto negli ultimi anni. Anche l’efficienza energetica migliora: i consumi elettrici calano del 4% annuo dal 2022, anche a prezzi calanti segnalando un efficientamento strutturale, contestuale alla quota delle rinnovabili che arriva al 41,1%.

Transizione industria torinese in 10 anni: imprese più solide ma ora investimenti su settori in crescita

Il tessuto economico torinese sta sostenendo la ripresa della redditività investendo nei settori a maggiore crescita.

Specializzazione storica

L’aerospazio dimostra che Torino vince quando combina specializzazione storica, innovazione e competitività. Negli anni a venire saranno centrali la meccanica strumentale, l’integrazione dell’IA e la domanda di robotica, l’agroalimentare, la chimica e la gomma-plastica. Dalla sua storia industriale Torino sta traendo le risorse per una diversificazione che è in atto, come dimostrano i dati. Il nucleo produttivo si è irrobustito. La diversificazione delle esportazioni è un fatto.

La redditività

La redditività è in accelerazione soprattutto negli ultimi anni. Anche l’efficienza energetica migliora: i consumi elettrici calano del 4% annuo dal 2022, anche a prezzi calanti segnalando un efficientamento strutturale, contestuale alla quota delle rinnovabili che arriva al 41,1%.

Sono queste le principali evidenze del Rapporto industria e servizi organizzati 2026 realizzato da Unione Industriali Torino, Camera di commercio di Torino e Centro di Ricerca e documentazione Luigi Einaudi che si basa sui bilanci depositati delle imprese con fatturato superiore a 5 milioni di euro che, nel periodo 2014-2023, sono passate da 1.384 a 1.892 in crescita del 37%.

“Il rapporto ci conferma un fatto per noi noto: Torino non ha bisogno di dimostrare di saper produrre. Il punto oggi è trasformare questa capacità in un vantaggio competitivo strutturale sapendo che manifattura e servizi sono oggi un binomio ineludibile. Torino e il Paese hanno bisogno di un’industria forte, con al centro innovazione e tecnologia, per tornare a crescere e creare valore aggiunto. Abbiamo una struttura eterogenea ed efficiente e una buona redditività: puntando su una stretta integrazione di IA nella manifattura e nei processi produttivi e lasciando emergere nuove specializzazioni ad alto valore aggiunto, Torino può confermarsi protagonista dell’industria nazionale ed europea. Serve fiducia, nonostante la complessità di questa fase. E serve voglia di crescere: noi ce l’abbiamo” dichiara Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali Torino.

“Per ogni 100 euro di valore aggiunto dell’industria torinese, 47 euro sono acquisti di servizi organizzati: manifattura e servizi avanzati non devono più essere considerati come settori separati, ma come un unico nucleo produttivo esteso, che sul nostro territorio ha registrato nell’ultimo decennio ottime performance, come un +56% di fatturato – evidenzia Massimiliano Cipolletta, Presidente della Camera di commercio di Torino – questo nostro approccio di analisi, fortemente innovativo e inedito a livello italiano, evidenzia dati interessanti sul tessuto economico torinese: una redditività in accelerazione recente, un export sostenuto non più solo dall’automotive ma anche da aerospazio e macchinari, il progressivo efficientamento energetico. Ora è strategico trasformare la redditività ottenuta in investimenti innovativi che permettano la crescita anche di settori più in difficoltà, come l’ICT, o a minore valore aggiunto, come i servizi alla persona”.

Analizzando le cifre del rapporto emerge come nell’ultimo decennio il nucleo produttivo esteso, oggetto delle analisi, si sia irrobustito non solo a livello numerico. Crescono del 24% gli addetti da 258.759 a 320.857, del 56% il fatturato da 76 a 118,4 miliardi, del 50% il valore aggiunto da 20,2 a 30,3 miliardi, del 57% le immobilizzazioni da 48 a 75 miliardi, del 47% il Mol (Margine Operativo lordo) da 9,3 a 13,6 miliardi.

Però il valore aggiunto è cresciuto meno del fatturato: il primo è salito del 21,1% nel decennio, da 77.882 a 94.352 euro; mentre il fatturato per addetto è aumentato in misura maggiore (+26%, da 293.823 a 369.114 euro). In un sistema innovativo di punta, sarebbe dovuto accadere il contrario. In termini reali (depurata l’inflazione) la crescita del valore aggiunto del nucleo è di circa +1,5% annuo: solo +0,2% in più rispetto alla media del Nord Italia (+1,3%). Il nucleo c’è, è vivo, ma non è ancora una locomotiva abbastanza potente da trainare tutto il sistema.

Nodo produttività

L’altro nodo è quello della produttività, dove in media si è registrato un +21% nel decennio (da 77.882 a 94.352 euro) ma con differenze enormi tra settori. La manifattura sale a 102.969 euro per addetto (+53%) e resta il motore ad alto rendimento, le costruzioni segnano un +121% ma è in larga parte effetto dei bonus edilizi mentre ICT e servizi alle imprese calano del 13%. È quest’ultimo il dato su cui riflettere: il settore che avrebbe potuto spingere il terziario ad alto valore aggiunto perde produttività e peso (dal 14% al 12% degli occupati del nucleo) per una serie precisa di motivi: imprese troppo piccole, gravitazione su Milano, dimensione media delle imprese ICT locali insufficiente. Infine, i servizi alla persona che sono passati dal 15% al 26% degli occupati, ma con produttività di appena 50.662 euro, ciò conferma che una parte importante della terziarizzazione in corso è a basso valore aggiunto e non spinge la produttività totale.

La domanda aperta

La domanda aperta è quindi legata a dove sarà destinata la redditività ritrovata, quanta parte sarà trasformata in investimenti. Il dato positivo è che una parte degli investimenti può essere realizzato in autofinanziamento dalle imprese del nucleo, quindi, potrà essere velocemente indirizzata verso i settori a maggior crescita. Serve però anche l’altra gamba, quella della finanza e del finanziamento esterno, bancario e no. Perché i dati del rapporto in questo senso sono inequivocabili: i prestiti totali al sistema torinese sono passati da 62 a 63 miliardi in termini nominali (2011-2025), ma −30% in termini reali; quelli alle attività produttive sono scesi da 26,9 a 26,1 miliardi (−3,3% nominale, −30% reale); le costruzioni registrano un −58,5% di credito nominale in 15 anni; il leasing cale del 41,6% dal 2010 passando da strumento privilegiato a opzione secondaria. C’è però anche un segnale recente positivo con un +3,6% dei prestiti produttivi nell’ultimo anno, pari a un aumento di un miliardo.