«Le speculazioni sul latte stanno danneggiando uno dei settori di punta del sistema agroalimentare torinese. Siamo uno dei territori italiani famosi per il contributo a quel cibo Made in Italy che ci fa grandi nel mondo eppure una parte degli industriali gioca con il fuoco. Se non cesseranno subito questi giochi al ribasso sulla pelle degli allevatori rischiamo di perdere le stalle, le mucche e il latte e dovremo dire addio al comparto lattiero-caseario».
Così il presidente di Coldiretti Torino, Bruno Mecca Cici commenta le notizie sempre più numerose che giungono agli uffici di Zona Coldiretti sulla concorrenza sleale praticata a danno soprattutto degli allevamenti famigliari, la tipologia largamente più diffusa tra gli allevamenti torinesi.
Sotto accusa le importazioni di latte estero e le speculazioni dell’agroindustria torinese che non valorizzano le produzioni locali.
Oltre 1300 addetti
Oggi nel Torinese sono attive 803 stalle da latte per oltre 1300 addetti diretti e con oltre 35.000 mucche solo di razza Frisona a cui vanno aggiunte razze tipicamente alpine come la Pezzata Rossa e la Pustertaler-Barant. Una capacità produttiva che garantisce ogni anno oltre 10 milioni 500mila litri di latte fresco. Un latte che deve rispondere a precise caratteristiche di qualità richieste per la produzione dei formaggi tipici del territorio: buona presenza di proteine e di grassi. Una qualità che è possibile solo con un alto livello di benessere animale e con un’alimentazione bilanciata che incide anche sulla qualità dell’ambiente. La storica tradizione dell’allevamento torinese che affonda le radici nella storia si basa sul fieno ricavato dal prato stabile e sulle coltivazioni di prossimità, soprattutto di mais. Le aziende agricole cercano di essere autosufficienti per il nutrimento degli animali e questo rende l’ambiente delle nostre campagne ricco di prati e di campi aperti.
«La speculazione, unita ai forti costi di gestione e agli investimenti necessari per un moderno allevamento rispettoso del benessere animale e votato alla qualità del prodotto, ha fatto chiudere oltre il 20% delle stalle negli ultimi 10 anni. Allevare costa. Non riconoscerlo significa uccidere i sogni dei giovani che vogliono intraprendere con passione questo lavoro ma anche accettare che le nostre campagne diventino incolti o terreni buoni per la speculazione energetica e la cementificazione».
In uno scenario dove si è ormai da tempo arrestato il calo di consumo di latte ed è in crescita il consumo di formaggi freschi e yogurt e dove i formaggi stagionati continuano a essere un vanto del Made in Italy continuano le storture sul prezzo del latte praticato agli allevatori.
C’è una parte di latte che sfugge alla contrattazione strutturata; a questa si aggiungono le importazioni a basso prezzo. Le importazioni di latte sfuso, cagliate per mozzarelle, latte in polvere, crema di latte avvengono soprattutto dal Belgio, Germania, Francia e Olanda.
«Basta con le speculazioni dell’agroindustria piemontese che continua ad importare latte dall’estero pur percependo i fondi regionali che dovrebbero essere destinati alla valorizzazione delle produzioni locali. Porteremo la questione prezzi e l’intera situazione critica del comparto al Tavolo latte, convocato in Regione il prossimo 23 febbraio. Perché una adeguata remunerazione del lavoro degli allevatori è condizione imprescindibile per mettere al sicuro tutta la filiera e continuare a garantire ai consumatori prodotti di qualità che sostengono l’economia, il lavoro e il nostro territorio».