C’è chi si è barricato a casa, chi non ha aperto la propria attività per tutto il giorno, infine c’è chi non riesce a togliersi dalla testa le immagini di una Torino che brucia, come in un film apocalittico.
Si torna alla normalità, ma intanto si fa largo una domanda
A manifestare contro lo sgombero dell’Askatasuna il 31 gennaio 2026 sono venuti da tutta Italia e, almeno all’inizio, l’aria che si respirava era pacifica con bambini e anziani in corteo.
Il resto lo abbiamo già raccontato: quando i tre cortei partiti da Porta Susa, Porta Nuova e Palazzo Nuovo si ricongiungono in prossimità dell’Askatasuna accade l’irreparabile: alcuni gruppi di attivisti attaccano le forze dell’ordine in un’escalation di violenza continua.
La tensione è alta e l’aria da pacifica si fa irrespirabile nel vero senso della parola: perché tra cassonetti bruciati e lacrimogeni manca il respiro.
Due i nomi che a distanza di giorni sono sulla bocca di tutti: Alessandro Calista (29 anni), il poliziotto del Reparto mobile di Padova picchiato e preso persino a martellate, e Angelo Simionato (22 anni), giunto da Grosseto per manifestare a sostegno del centro sociale torinese, è lui uno di quelli che si è scagliato contro il poliziotto padovano. Poi c’è un’altra immagine che resterà impressa in molti, il volto insanguinato di Claudio Francavilla, manganellato nella carica, all’età di 60 anni: non era riuscito a fuggire prima.
Che ne sarà dell’Askatasuna?
Ripulite le strade, ieri in Vanchiglia tutto era già tornato ad una parvenza di “normalità”, ma c’è una consapevolezza che si fa strada. Difficile che l’Askatasuna torni a far parte del tessuto sociale del quartiere e che torni attivo nell’organizzazione di eventi culturali e per bambini, non è più così da anni. E ora è difficile immaginarsi il suo futuro. Lo stesso sindaco Stefano Lo Russo davanti ai fatti del 31 gennaio trova impossibile percorrere la strada del patto di collaborazione pensato nel 2024. Patto che avrebbe consentito di riportare Askatasuna dentro una cornice di legalità negoziata.
Ma allora quale alternativa? Disabitato e in stato di abbandono resterebbe solo il simbolo di una lotta tra destra e sinistra, sfociata prima nella violenza più bieca e poi nel nulla. E allora sì che avremmo perso tutti.